dal Taccuino del Comandante Zeta

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mercoledì 28 gennaio 2009

Prove a carico_1

TRAFFICI DIETRO IL PORTO

Non ricordava di aver traversato quell’incrocio,
ma la sua versione era smentita dalle riprese,
che lo mostravano mentre
sceso dall’auto si avvicinava ad una donna di colore
e l’aggrediva dopo un rapido alterco:
lei lo respingeva a calci,
prima che l’arrivo di una pattuglia
lo mettesse in fuga sotto i piloni della rampa autostradale


era il terzo assalto tentato quella notte,
uno degli episodi violenti che da una settimana si ripetevano
in quella zona dietro al porto,
con strepiti di vittime, lampi e sirene di soccorsi e guardie,
sgommate di clienti e pioggia d’insulti
tra gli abitanti scesi per strada e le ragazze intorno ai fuochi.

Prove a carico_2

ASSEDIO AL PARCHEGGIO

Negava di essersi trovato a quella fermata
nell’orario registrato dalla telecamera
e di aver molestato la ragazza in attesa,
spingendola contro la parete della cabina,
prima di essere interrotto da un sopraggiunto gruppetto
di connazionali di lei


inseguito a bottigliate fino all’ingresso

del parcheggio interrato,
malgrado il cancello bloccato e la perquisizione all’interno,
era sfuggito ancora una volta alla cattura:
nel frattempo all’esterno si radunava
una folla esasperata di latinoamericani,
che reclamando protezione e minacciando vendetta,
bloccava il traffico per tutto il pomeriggio.

Prove a carico_3

NEL QUARTIERE MULTIRAZZISTA

Il cinese che spingendo il carrello carico di scatoloni
faceva la spola dal camion all’emporio,
affermava che era stato lui a fargli sgambetto,
provocandone caduta e dispersione sulla strada,
proprio davanti ai tavolini del bar, abituale ritrovo
dei giovanotti con la testa rasata e il giubbotto nero


alle proteste della comunità uscita dai propri negozi,
lui sgusciava in un vicolo mentre il tumulto divampava,
coinvolgendo avventori, bottegai e residenti
e vigili urbani in transito per caso

alla fine,
l’unico esercizio risparmiato dai colpi di spranga e bottiglia,
fu il negozietto asiatico di tatuaggi
che aveva istoriato d’ideogrammi e rune,
braccia, schiena, polpacci e nuca dei militanti di quartiere.

Prove a carico_4

CONFLITTI DI MERCATO

La sua immagine, ricavata dai nastri di videosorveglianza,
veniva indicata dai testimoni come quella

di chi aveva innescato
il panico tra gli ambulanti africani al mercato,
sussurrando all’orecchio del primo della fila,
l’arrivo imminente della guardia di finanza


poi passando, aveva tirato l’angolo di uno dei teli
disposti sul marciapiede per l’esposizione della loro merce,
con il risultato di spargere
borse, occhiali, cinture e giraffe intagliate fra i passanti:
prontamente qualcuno se n’era impadronito,
scatenando una rissa multiculturale
tra i banchi di mutande, scarpe e carciofi.

Prove a carico_5

IL POSTO SULL'AUTOBUS

A detta di molti, era lui ad aver negato il sedile sull’autobus
a una giovane mamma in chador con bambino al collo,
con il pretesto scandito ad alta voce
che la vecchia europa era troppo stanca
per lasciare il posto a quelli che venivano da fuori:
incalzato dalla disapprovazione di alcuni passeggeri,
era sceso con inaspettato balzo alla fermata seguente,
lasciando che l’alterco si estendesse a tutti i viaggiatori,
immigrati e residenti, in una babele d’insulti
e reciproche valutazioni sulle qualità dei propri paesi,
finchè l’autista esasperato si era rifiutato di proseguire
e aveva espulso tutti aprendo le porte.

Prove a carico_6

ABITI CONTESI

Un giovane agile rom era rimasto prigioniero a lungo
dentro un contenitore per la raccolta dei vestiti usati:
vi era caduto perché qualcuno l’aveva spinto
mentre si allungava per infilarsi nell’apertura
e poi aveva richiuso il portello legandolo con un filo di ferro

un passante dopo qualche tempo aveva sentito
le sue invocazioni di aiuto e i colpi battuti contro le pareti
e aveva chiamato soccorso

simili incidenti erano già accaduti in zone diverse della città
e secondo alcune testimonianze,
un misterioso individuo
quando scorgeva un cercatore di stracci
che in bilico sull’apertura era proteso a pescare indumenti,
si avvicinava e con mossa fulminea vi rovesciava l’incauto
e poi ve lo richiudeva bloccando lo sportello,
con uno spago più volte annodato,
o una cintura ben stretta,
un pezzo di legno incastrato a forza,
o una cesta da frutta infilata tra maniglia e battente

nonostante l’ora già tarda
una piccola folla si era radunata intorno ai pompieri
che smontando una paratia della sua prigione di metallo,
cercavano di liberare l’intruso,
quando una famiglia di nomadi a passo svelto accorreva
con urla, lamenti e agitare di braccia,
provando a farsi largo nel gruppo che circondava la scena:
a fatica i presenti intuivano dai toni concitati
che il ragazzo prigioniero
era un loro parente e volevano liberarlo

mentre si cercava di tenerli a idonea distanza
per proseguire le operazioni di salvataggio,
qualcuno dei presenti notava che molti di loro

indossavano abiti
che giorni prima avevano gettato via,
inserendoli negli appositi contenitori del quartiere

una signora chiese spiegazioni s’un proprio cappotto
che riconosceva ora infilato a fatica da una corposa donna,
altri su giacche e calzoni che scoprivano
aver trovato una impropria destinazione
addosso a uomini robusti e minacciosi
o subdoli giovanotti sfrontati

ne nasceva un alterco tra donatori traditi e lesti utilizzatori,
con un crescente scambio d’insulti
tale da riempire la distanza tra alpi e carpazi:
l’intervento della polizia
garantiva la conclusione positiva del soccorso
e il pacifico ritorno di abitanti e nomadi alle loro dimore,
mobili o stanziali

rientrando a casa ci si domandava
se sia lecito a più poveri
da soli prendere senza chiedere il dono che gli era destinato
o nel caso in dettaglio
fino a che punto si possa accettare che i propri abiti dismessi
siano indossati da poveri diversi da quelli previsti
e che tipo di povero sia corretto beneficiario di carità.