Dal Taccuino del Comandante Zeta.
Combattente e scrittore della foresta in rete.
In giro per le città, spunta da un cespuglio,
s'infila nella metro, ti passa accanto
e di nascosto scrive.
Comprerò quella pentola che non vuole nessuno che fa tutto da sola perfino il fondo bruno calze a rete d’argento per gambe affascinanti coprirò le mie braccia con lunghissimi guanti la magica matita per disegnare i manga e quel pull di gaultier coi motivi a losanga monitor mega screen per vedere il futuro la lampada di stark per spezzare lo scuro. Se non trovo i foglietti con le istruzioni d’uso, lo scopo degli acquisti mi diventa confuso ma anche se comprare è un mezzo e non un fine non smetterò per questo di guardar le vetrine
Pagine bianche ingombre di oggetti disegnati insieme alle riviste con i fogli strappati e rivedo me piccola, confusa e sorridente, bambina e scala mobile, dentro la rinascente. Un luogo quasi sacro, come un pellegrinaggio un viaggio in paradiso anche senza pedaggio poi d’estate in campagna niente giochi in giardino preferivo i cataloghi di un grande magazzino disdegnavo tramonti e prati vellutati pitturando sul retro di carte da parati. Il maggior interesse visitando il santuario il posto della suora che vendeva il rosario medagliette ed ex voto di lucente lamiera per tagliare quel buio che veniva ogni sera niente luci e negozi né miraggi con sconti progettare una fuga dove mancano i ponti. Poi tornare in città sul finir dell’estate e riempire quel vuoto con vetrine adeguate
Nella busta che aveva ricevuto per posta quella mattina, era contenuta una tessera magnetica di una primaria banca, ma nessuna istruzione più tardi in un messaggio sul cellulare comparve un codice di cinque cifre: per compiere l’operazione, preferì uno sportello poco frequentato di un’agenzia periferica all’ora di pranzo
l’unica funzione ammessa digitando il codice, era una richiesta d’informazioni sul conto e il tagliando stampato che ne scaturiva, invece di prelievi e accrediti, riportava delle date di giorni a venire, con orario e luogo in cui doveva trovarsi: questo era il modo scelto per proseguire il contatto.
Il primo appuntamento era fissato in una chiesa del centro antico quell’ora del pomeriggio riempiva di luce abbagliante il fondo della piccola piazza: tre lati di alte case medievali in pietra e mattone e una facciata di neoclassico dissonante bianco, a cui sfuggivano nell’ombra i vicoli dal nome di mestieri e piante
entrò e rimase sul fondo, per abituarsi alla penombra dorata dell’interno, che a contrasto con l’involucro assolato scendeva dal soffitto a nuvole barocche: lungo le colonne di pietra nuda e capitello fogliato, sul pavimento bianco e nero di lastre e pietre tombali consunte
più avanti nella navata, c’era una donna con il capo velato seduta ad un banco
a un tratto si alzò e a testa china raggiunse un altare laterale in ombra: avvitando le lampadine, accese delle candele votive con lunghe pause forse di preghiera o per attrarre meglio la sua attenzione
una moneta cadde e risuonò nella scatola vuota di metallo, poi la donna uscì da una porticina, nascosta fra le colonne
allora si avvicinò all’altare illuminato e trascrisse sul taccuino la serie di numeri che la posizione delle candele accese suggeriva rispetto a quelle spente
mentre verificava alcune possibili combinazioni, restò a fissare le luci, insieme al secondario santo che dal quadro guardava stupito l’insolito chiarore davanti al suo trascurato altare.
Per il secondo incontro, il luogo indicato era la sommità di una ben precisa scalinata di fronte all’antico palazzo già ospizio per vecchi e ora in disuso, da tempo avvolto da ponteggi e transenne d’incompiuto restauro
nell’attesa, si affacciava dalla balaustra sul viale alberato che in salita dritto giungeva sotto di lui e poi divergeva a tornanti in due simmetriche rampe fino alla sua quota
dalla strada alcuni gradini scendevano a un piano, da cui due scale si dipartivano in opposte direzioni
in fondo, un uomo era fermo al primo gradino, con accanto un sacco rigonfio: vestito in modo dimesso e con un berretto calcato che ne celava l’aspetto, alzò la testa a sincerarsi della sua presenza
iniziò poi a salire e a disporre su gradini diversi delle bottiglie vuote estratte dal sacco
raggiunto il piano che congiungeva le due scale, cominciò la discesa su quella opposta, deponendo ancora bottiglie fino al termine e quindi si allontanò, senza più voltarsi.
Restò da solo a guardare dall’alto il risultato dell’operazione: ogni gradino era formato da una unica lastra di granito rosa e su alcuni le bottiglie di vetro verde in piedi, tutte uguali nella misura senza marchio e tappo cominciò a contare i gradini e a segnare sulla pagina la posizione delle bottiglie
ne risultava una serie di numeri in progressione oppure di lettere a formare una parola ma l’effetto sulla pagina era simile a quei pannelli alfabetici esposti nella vetrina dell’ottico, usati per distinguere lettere isolate senza riunirle in un senso
o forse la chiave era una frase musicale, con i gradini come rigo sullo spartito e le note in forma di bottiglia
mentre scendeva, tentando le più astruse combinazioni alfanumeriche o tonali, un anziano che dopo di lui aveva imboccato la scala cominciò ad inveire, contro la sciagurata usanza odierna di spargere ovunque cocci di vetro sul passaggio altrui
infatti raccolse le bottiglie e le gettò nel recipiente dedicato al vetro ai piedi della scala, cercando nel suo sguardo l’approvazione per l’ordine che veniva ricreato, ma lui abbassò la testa e si affrettò lungo il viale.
Al binario 18 non c’era nessun passeggero in attesa e nemmeno un treno previsto in arrivo, ma quello era l’ambiente stabilito e l’orario preciso la stazione era in restauro: i vecchi tabelloni a caratteri componibili disposti lungo i binari, stavano per essere sostituiti da schermi al plasma, che già in funzione visualizzavano incessanti filmati promozionali
le scatole grigie di metallo degli avvisi, appese in alto alle colonne della tettoia, erano invece ormai inattive e conservavano scritte incomplete e casuali di provenienze e destinazioni sotto forma di anagrammi e righe di consonanti impronunciabili
su quel binario le lavagne a lamelle erano tutte cieche: poi all’improvviso iniziarono a ruotare vorticosamente, in un ticchettio di palpebre meccaniche sbattute e poi a riposo, mostrando una lettera ognuna.
(nell’atrio) Ora percorrendo il binario, poteva leggere in ogni tabella una parola e comporla in una frase logica: almeno così gli pareva, mentre le trascriveva in fretta, arrivando in fondo alla pensilina dove le rotaie lasciano il marciapiede e s’avviano in galleria mentre tornava indietro, con un’altro mulinare di pale le tabelle si riportarono al loro precedente vuoto stato inattivo
impegnato nel decifrare il testo che aveva raccolto scese nel sottopassaggio, mentre un flusso contrario di viaggiatori lo risaliva, incitato dagli annunci a cambiare binario, per l’imminente arrivo del treno già segnalato in ritardo
emerso nell’atrio, venne scelto fra i presenti come unico destinatario di uno sconnesso discorso, che un vagabondo abituale ospite della stazione gli rivolse ad alta voce venendogli incontro: non meno oscuro della frase copiata sul binario, non meno allusivo della vicenda in cui era coinvolto, non meno increscioso del segreto custodito fra le pagine.
nato in pianura da genitori di montagna,
evaso a più riprese da oltre 30 anni di lavoro forzato,
ora si nasconde nei pressi del porto di una città di mare.
Veloce spedizione ai margini estremi di Terradue
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Leggevo Dean Kuntz quando mi hanno condannato a morte.Sono venuti a dirmi,
direttamente al mio lettino d’ospedale, che dovevano farmi una Tac perché
“sospe...
Oscar Primo, fotografo Da Caracas all'europa. Preferisce la notte, i neon nelle vetrine, il cielo dei soffitti a pannelli modulari, i segnali pulsanti delle rampe di accesso, il panorama dei corridoi deserti. Solo di notte la città riesce ancora a parlare ai nostri cuori di ruggine.
Come ho conosciuto Oscar Primo testimonianza di Marco Cacciamani
Circa vent’anni fa vivevo in una bella zona della città, vicino al mare, in una casa molto grande, tanto che che un paio di vani erano rimasti quasi inutilizzati. Sapendo questo, un mio amico, ne’ tra i più cari, ne’ tra i meno simpatici, un giorno mi telefona e mi chiede di vederlo per un importante questione.
Seduti così davanti ad una birra in un bar vicino a casa mia, mi propone di ospitare un suo amico per una quindicina di giorni. Io rimango perplesso e un po’ turbato per la richiesta importuna, ma poi mi interesso del caso invero particolare: un uomo di una decina d’anni più vecchio di me, sudamericano, con un nome (Oscar Primo) da cavallo da corsa, come pensai subito, era nella fase pressocchè terminale della sua irreversibile malattia. Se lo avessi ospitato, sarei poi stato risarcito da sua sorella, che sarebbe venuta a prenderlo per portarlo definitivamente via, prima per una importante (quanto inutile) visita, poi a casa sua in Riviera. Ancora incredulo, comunque accetto e l’indomani mi vedo arrivare un signore con un elegantissimo pigiama di raso, a righe orizzontali, i capelli a zero ( per la terapia) e due enormi occhi sgranati ed incredibilmente espressivi. Affabile, affascinante, raffinato ma allo stesso tempo ciarliero e alla mano, mi ha parlato per quindici giorni delle sue conoscenze personali: leggendari calciatori brasiliani suoi amici, ex modelle e starlette del cinema anni ’70 che aveva conosciuto molto intimamente e dei suoi progetti futuri (?!) riguardanti un traffico d’import/export di succhi tropicali. Tutto questo senza mai accennare al suo stato, alla sua terribile malattia. Per lui quei 15 giorni furono penosi da un punto di vista fisico, ma sempre vissuti con grande dignità. Mi parlò, per ultimo, il giorno prima che sua sorella venisse a riprenderselo, della sua passione per la fotografia… Ci promettemmo di scriverci ma poi non successe; di telefonarci, ma non accadde: interpretai il silenzio di anni in un solo modo.
Assolutamente a sorpresa venni a sapere, dopo circa 12 anni, che era vivo, aveva sposato una ricca brasiliana, più giovane di lui ed il suo hobby, la fotografia, lo aveva reso felice e discretamente famoso e quasi mitico in certi ambienti di arte underground.
Ci siamo poi timidamente risentiti e scambiati anche musica e foto. Non ci siamo più visti. Quando lo ricordo penso che ha vinto su tutto, ha realizzato per intero quello che voleva, soprattutto vivere, anche se sono altri che hanno fatto fortuna con i succhi tropicali …
DollArmy
DollArmy Bio DollArmy nasce nella periferia di una metropoli. Studia in una scuola seria ma presto si trasforma in cacciatrice di immagini. Armata di un’anima tagliente ma tendente alla malinconia, cerca nella tecnologia che sommariamente conosce, linee di fuga e punti di contatto.
Sergente Fionda di Salice
Il sergente Fionda di Salice e i suoi appunti. Troppo avanti in territorio nemico oppure isolato dietro le linee per un’avanzata avversaria? Avamposto o ultima resistenza dei lettori-non-rieducati? E il Comando non risponde…